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Juraj Valčuha: Dvořák Sinfonia n. 8

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    Auditorium Arturo Toscanini di Torino
    Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

     

    Juraj Valčuha direttore

     

    Antonín Dvořák (1841-1904)
    Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88 Inglese
    Allegro con spirito
    Adagio
    Allegretto grazioso
    Allegro ma non troppo

     

    Un sinfonista a Londra
    Tratto dal programma di sala dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Nel 1883 Antonín Dvořák conosceva i primi trionfi personali in Inghilterra. Superati i quarant’anni finalmente si stava facendo conoscere al di là della Boemia; il suo Stabat Mater, dopo aver conquistato Praga e Vienna, sbarcava anche a Londra, riscuotendo consensi entusiastici presso pubblico e critica. Era la nascita di un’affinità elettiva: a partire da quell’anno Londra avrebbe accolto affettuosamente Dvořák altre nove volte; nel 1884 lo avrebbe reso membro onorario della London Philharmonic Society e nel 1890 lo avrebbe addirittura laureato dottore honoris causa nell’Università di Cambridge. L’Ottava Sinfonia fu eseguita per la prima volta a Praga il 2 febbraio del 1889, ma ottenne la massima diffusione nella capitale inglese, dove circolò intensamente verso la fine del secolo, ottenendo consensi addirittura superiori alla celeberrima Nona Sinfonia “dal Nuovo Mondo”. Fu l’editore britannico Novello a pubblicare la partitura nel 1892; e il sottotitolo con cui l’opera cominciò a circolare (“inglese”) fu pensato proprio in omaggio allo straordinario successo incontrato presso il pubblico londinese.
    Popolarità inglese a parte, è probabile che l’Ottava Sinfonia abbia lasciato perplesso qualche ascoltatore del tempo: alle orecchie dei viennesi, ad esempio, risultò piuttosto sorprendente una sinfonia in sol maggiore che si apre con una frase in sol minore. Ma in quella scelta, in realtà, si annida tutta la natura mutevole di Dvořák, quell’animo perennemente in bilico tra serenità e turbamento che fa parte della stessa cultura boema, dei suoi canti popolari, della fisionomia sfuggente delle sue danze, le poliedriche dumke. Si tratta di un invito ad accettare la realtà in tutta la sua dimensione contrastata, un’introduzione melanconica alla follia collettiva che divampa poco dopo in tutta l’orchestra. L’Adagio è una romanza senza parole, un movimento raccolto e intimo, capace di commuovere con semplicità, puntando dritto all’emotività dell’ascoltatore. L’Allegretto grazioso è un valzer elegante, che non riesce a trattenere qualche esplosione umoristica; nella sezione centrale - il trio - emerge una melodia leggiadra, fresca e spontanea, che ritorna in chiusura trasfigurata da un cambio di tempo: quasi un ricordo lontano, travolto dalle giravolte della danza. Mentre il finale è aperto da una scultorea fanfara di trombe, un annuncio solenne che sembra anticipare grandi eventi; nei violoncelli cresce un tema sinuoso, la cui solennità un po’ posticcia si deforma in una serie di variazioni articolate; poi progressivamente emerge la natura semplice e famigliare dell’idea iniziale, riportando la composizione alla sua vera identità: la superbia introduttiva si sgretola definitivamente, lasciando spazio alla confessione intima di un compositore sincero.

     

    Quarta o Ottava Sinfonia?

    Dvořák nel 1874 viveva un anno decisivo per la sua carriera artistica. A trentatré anni suonati riceveva, direttamente dalle mani di Eduard Hanslick e Johannes Brahms, una borsa di studio bandita dal governo austriaco. Dvořák aveva partecipato al concorso senza troppe pretese: non conosceva nessun membro della commissione, né poteva sperare nella forza persuasiva della sua modesta fama. Brahms e Hanslick però furono colpiti da quell’oscuro talento, a cui spalancarono le porte della terra madre del classicismo. Quell’evento coincise con la maturazione artistica di Dvořák, che si rese conto dello straordinario patrimonio di cui disponeva: nel periodo del massimo interesse nei confronti delle tradizioni musicali locali, la sua origine ceca non poteva che metterlo in una condizione privilegiata; occorreva solo mediare le influenze di origine folclorica con una tenace padronanza del linguaggio tramandato dal classicismo. In quel momento Dvořák ebbe l’impressione che le opere scritte fino ad allora non rispondessero alle caratteristiche dei suoi nuovi orientamenti estetici; decise così di far sparire tutti quei lavori, che non avrebbe voluto vedere pubblicati nel catalogo delle sue composizioni. Nel dimenticatoio finirono anche quattro sinfonie, che rimasero sconosciute fino all’anno della sua morte. Per questo motivo quella che oggi conosciamo come Ottava Sinfonia fu pubblicata a Londra con il titolo di Quarta. La questione fu definitivamente chiarita solo nel 1961, quando apparve stampata l’edizione completa delle sinfonie di Dvořák.

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