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FEDERICA LAUTO

Scrivi la storia di una persona che si sveglia al mattino, mette il piede giù dal letto e si accorge che l’acqua gli arriva alle ginocchia.

"CATASTROFE D'ACQUA"

Di sicuro avevamo fatto qualcosa per meritarci quanto stava accadendo. Fuori pioveva da giorni, il cielo aveva assunto il colore della terra, la terra il colore del cielo, le rondini migravano in luoghi freddi, i topi cacciavano i gatti e i gatti annusavano il formaggio. Ma questo non era ancora accaduto. Quando mi alzai, domenica mattina, sfinito dai miei studi di druidologo incallito, capii che gli antichi avevano ragione e che noi non li avevamo capiti. Mentre cercavo con l’alluce infreddolito le pantofole, infatti, l’acqua solleticò la caviglia, salì al polpaccio, raggiunse le ginocchia e lasciò la gamba galleggiare nel liquido freddo. Lo stesso con l’altra. Scesi dal letto. Bagnato. Raggiunsi la cucina. Bagnato. Preparai una colazione. I reumatismi, pensai. Chiamai Bergson, un amico filosofo appassionato di tempo che abitava al piano di sopra. “Abbiamo troppo vissuto!”, urlò dalle scale. Rassegnarsi al peggio. Abbandonare questo luogo infame. Pensai alla tesi da presentare alla Royal Society sulle pietre di Stonehenge, che altro non erano se non un enorme bidet all’aria aperta. Tutto perduto. Giunse Mary. “Signore!”, gridò. “Sì, preghiamo”, risposi. “Ma lei è un buono a nulla! Si rompono le tubature e resta in vestaglia a preparare la colazione!”; “Si avvicina la catastrofe. Non possiamo affrontarla a stomaco vuoto”. “La catastrofe è questa!”, strillò Mary. Strappò dalle finestre le immagini delle rondini, dei topi, dei gatti e della pioggia. Fuori, il cielo era chiaro.