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Teatro San Carlo di Napoli - Jeffrey Tate: Brahms Sinfonia n. 3

in onda giovedì 6 dicembre 2012 all'1.40

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    Teatro San Carlo di Napoli
    Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli

     

    direttore Jeffrey Tate

     

    Johannes Brahms
    [1833-1897]
    Sinfonia n. 3 in Fa maggiore
    op. 90
    Anno di composizione: 1883
    Allegro con brio
    Andante
    Poco Allegretto
    Allegro

     

    Tratto dal programma di sala del Teatro San Carlo di Napoli
    PIER PAOLO DE MARTINO

    All’inizio degli anni Settanta Brahms scrisse all’amico Hermann Levi: «Non scriverò mai una sinfonia, non avete idea di come si sentano le persone come noi udendo un tal gigante che marcia alle nostre spalle». Il gigante di cui si parlava nella lettera era naturalmente Beethoven, rispetto al quale il timore reverenziale fu superato non casualmente dopo l’inaugurazione del Festspielhaus di Bayreuth nel 1876; solo allora in effetti Brahms trovò la spinta decisiva, dopo vent’anni di incertezze, per terminare la sua Prima Sinfonia, come se questa dovesse costituire una sua personale risposta agli ideali wagneriani. Fedele ai propri convincimenti estetici - secondo cui era solo «l’illusione di una malintesa originalità l’idea di procedere per proprio conto» rispetto alle forme del passato «edificate grazie all’impegno millenario dei più eccelsi maestri» - Brahms si accostò alla Sinfonia rispettando l’articolazione formale degli ineludibili riferimenti classici. Tuttavia il genere che in Beethoven era inteso come un’allocuzione all’umanità, venne da lui condotto in una dimensione nella quale la ricchezza dei dettagli e la profondità delle relazioni si ponevano come segni dell’intenzione di rivolgersi ad una somma di “individui” piuttosto che a una “massa”.

    Il raffronto Beethoven-Brahms appare particolarmente significativo in relazione alla Terza Sinfonia del 1883: si è osservato spesso che all’interno di questa partitura sembra compiersi una sorta di simbolica metamorfosi dall’Allegro iniziale, la cui gestualità ha ancora qualcosa della monumentalità “eroica” beethoveniana, fino al movimento conclusivo, contratto in una dimensione sonora intimistica; perno di questo passaggio, sarebbe il Poco Allegretto, nelle sue sembianze liriche e malinconiche, lontanissime dal vigore ritmico degli Scherzi beethoveniani.

    In realtà, guadando con maggiore attenzione all’insieme dell’opera, si coglie il dato di fondo di una grande architettura la cui imponenza sembra essere paradossalmente il risultato di una calibratissima opera di cesello. La struttura è infatti quasi interamente determinata da un’idea centrale, quella che si annunzia all’inizio della Sinfonia come una sorta di motto affidato a ottoni e legni: un gesto semplice che si presta a riapparire di continuo nel corso dell’opera, sempre con funzioni diverse, ora come elemento contrappuntistico, ora come motivo di transizione, ora come melodia cantabile. Dall’onnipresenza di questa cellula elementare la costruzione monumentale assume la sua coerenza ma anche la sua notevole differenziazione interna. Si tratta di una “struttura profonda” che può essere colta soltanto con un ascolto analitico, quello che il compositore si attendeva da quella élite colta viennese che costituiva il suo orizzonte di riferimento ideale.

    Proprio a questo si riferiva Theodor Adorno, osservando che «la sfera privata, come sostrato dell’espressione, rimuove in Brahms quello che si potrebbe chiamare la sostanziale disponibilità pubblica della musica».

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