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L'oro di Scampia



La storia di Enzo e Toni Capuano è liberamente ispirata alla vita di Gianni e Pino Maddaloni, che nel 2000 portarono l’Italia sul gradino più alto del podio alle Olimpiadi di Sydney, vincendo l’oro nel judo.
 
Scampia
è un sobborgo di Napoli dove vivono – stipati in palazzoni fatiscenti – 120mila abitanti, con uno dei tassi di disoccupazione più alti d’Italia. La camorra la fa da padrona, assoldando i ragazzi sin dalla più giovane età per farne vedette, corrieri della droga o sicari.

Qui si trova la palestra che Enzo Capuano (Giuseppe Fiorello) gestisce insieme al suo maestro Lupo (Nello Mascia). È un uomo ostinato, Enzo: fa l’infermiere, e per nessun motivo lascerebbe Scampia: anche se insegnare il judo ai ragazzi del quartiere gli attira l’ostilità della criminalità, a cui sottrae manovalanza. Enzo e Lupo si adorano, ma sono molto diversi: tanto il primo è impulsivo e irruento, quanto il secondo è riflessivo. Dal loro lavoro è nato un gruppo di giovani judoki, per lo più strappati alla strada, che ha il suo massimo risultato in Toni (Gianluca Di Gennaro), il figlio primogenito di Enzo e Teresa (Anna Foglietta).

La famiglia Capuano vive alle Vele, costretta a precauzioni esasperanti: ogni sera rientrano a casa tutti insieme, per evitare incontri spiacevoli in quella terra di nessuno. Toni, in particolare, subisce provocazioni e angherie dalle giovani reclute della camorra, che rifiutano il modello positivo che rappresenta. Ma se Enzo è incrollabile nella sua certezza di dover svolgere una missione proprio lì dove è nato, offrendo ai ragazzi di strada una opportunità, Toni inizia invece a essere insofferente all’intransigenza del padre, e a convincersi che non vale la pena sacrificare tutta la vita per una missione della quale non è affatto convinto: se i suoi concittadini vogliono essere schiavi della camorra, perché rovinarsi la vita per far cambiare loro idea?

Toni comincia così a pensare che sia giusto raccogliere anche i frutti del proprio lavoro e sperare in una vita diversa invece che pensare soltanto al prossimo. E in questa convinzione lo rafforzano di certo l’escalation di ostacoli che la camorra pone al lavoro suo e di suo padre, e l’indifferenza delle istituzioni. Intanto, però, intorno ad Enzo e Toni si è formato un gruppo eterogeneo ma molto coeso, formato – tra gli altri – da un ex delinquente, Sasà (Ciro Petrone), da un’ex baby prostituta, Leda (Anna Bellezza), salvata dalla strada dal poliziotto (Gaetano Bruno), e da Felice, un ragazzo ipovedente (Domenico Pinelli). Insieme a questa variopinta carovana della speranza, girando su un vecchio carro funebre comprato allo sfascio, Enzo porta i suoi ragazzi alle gare nazionali, e conduce Toni alla conquista del titolo italiano.

Sembra il trionfo, ma la reazione della camorra – che nel quartiere ha il volto di Michele (Salvio Simeoli) e del boss Vito (Salvatore Striano) – non si fa attendere: dalle minacce si passa a un’azione brutale, in cui viene ucciso Sasà. È il momento della paura, ed esplode il conflitto tra padre e figlio, un conflitto cresciuto nel tempo e che porta alla rottura: Toni accusa Enzo di essere responsabile, con la sua ostinazione, della morte dell’amico. Decide di andarsene da Scampia e di allenarsi al CONI, abbandonando così la palestra del padre proprio mentre si avvicinano i campionati europei. Campionati che vedono una nuova vittoria di Toni: tornato a casa per partecipare alla festa in suo onore organizzata nel quartiere, però, il ragazzo è subito costretto a fare i conti con la realtà.

La camorra incendia infatti la palestra di Enzo, e nel rogo perde la vita Lupo. Il colpo, soprattutto per Enzo, è durissimo e Toni capisce che non può chiamarsi fuori da quella battaglia: chiede a suo padre di tornare ad allenarlo, in vista delle Olimpiadi. In mancanza della palestra, lui e i ragazzi di Enzo si allenano all’aperto, sotto il viadotto, in spiaggia, in pineta. È un’ostinazione che nasce dalla convinzione di Enzo che andarsene sarebbe come rubare le speranze a tutta la gente che li ha seguiti fino a quel momento. Ma quel lungo allenamento serve anche a Toni per capire che quella del padre non è solo un’ostinazione egoistica, ma la convinzione incrollabile che la rabbia e la frustrazione di vivere in un luogo come Scampia, abbandonati da tutti e senza obiettivi, si può trasformare invece in un potentissimo propellente. Una spinta con cui vincere e dominare la paura. È questo l’oro di Scampia: la voglia di cambiare anche contro l’evidenza. E Toni quell’oro olimpico lo vincerà.

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