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Vincent Van Gogh

Storia di Karol

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La "Storia di Karol", raccontata da Gian Franco Svidercoschi, ripercorre la vita di Karol Wojtyla fino alla vigilia della sua elezione a Papa. La nascita di Karol a Wadowice, la sua vita in famiglia e gli amici d'infanzia, lo scenario religioso, culturale e sociale della Polonia degli anni trenta; i giochi, gli studi, la passione teatrale...Poi irrompe la guerra con il suo tragico scenario: il bombardamento di Cracovia, l'occupazione nazista, la tragedia dell'olocausto che Karol vive da vicino assistendo alla tragedia dell'olocausto che Karol vive da vicino assistendo alla deportazione di tanti suoi amici ebrei.
Sono gli anni in cui Karol, rimasto solo, per non finire in un campo di concentramento, lavora prima in una cava di pietra e poi in fabbrica e intanto si dedica alla sua grande passione: il teatro, mentre matura in lui, sempre piu' forte, la vocazione religiosa. E infine il ministero sacerdotale. Wojtyla e' ordinato sacerdote nel 1946.
Gli studi a Roma, i viaggi in Europa per conoscere nuove realta' religiose come i preti-operai in Francia. Poi il ritorno in Polonia, il suo infaticabile apostolato tra i giovani, mentre in tutto l'Est si intensifica la persecuzione comunista contro il cristianesimo. La partecipazione al Concilio Vaticano II... la sua nomina ad arcivescovo di Cracovia...Una volta ripercorso l'itinerario umano e spirituale di Karol Wojtyla, sara' piu' facile percepire come tutte le prove che lui ha attraversato abbiano concorso a "prepararlo" alla responsabilita' del papato, proprio nell'attuale momento storico ed ecclesiale.

Di Gianfranco Svidercoschi. Trasmesso  dal 22/01/2001 al 16/02/2001

Gli intellettuali, come tutti, non fanno facilmente fortuna. Chi ci è riuscito, come nel Settecento Voltaire, lo ha teorizzato: non si può fare cultura senza una buona base economica; è una questione di libertà intellettuale (e così ha fatto tra l'altro mercato di schiavi).
Carmina non dant panem, e più che mai nel Novecento, secolo poveri di mecenati per scrittori. Alla ricerca dell'agiatezza, o magari solo per campare, gli scrittori del Novecento si sono indaffarati nei mestieri più vari, da saltimbanco a cercatore d'oro nel Klondike, da fornaio a industriale, da contrabbandiere d'oppio a fuochista in Cina: e poi ingegneri, poliziotti, medici, doganieri, piazzisti di bigiotteria; tutti lavori che hanno finito per affacciarsi nella scrittura.
Il mestiere più prestigioso lo ha praticato Malraux, che è stato ministro - dopo aver rubato statue kmer in Cambogia. Jack London ha collezionato infiniti mestieri, e fu per esempio fiociniere su baleniere dell'Artico. Colette aprì nel 1932 un Istituto di bellezza. Lawrence d'Arabia fu, oltre al resto, scaricatore di carboniere a Porto Said e trasportatore di cammelli sull'Eufrate. Céline fu a Ginevra e nel mondo Technical Officer della società delle Nazioni, e sempre medico gentilissimo con i pazienti. George Orwell dalla Polizia Imperiale in Birmania passò a miserrime condizioni, lavapiatti e barbone; pensava di conoscere così il mondo e guadagnarsi la condizione di letterato. Anche Bohumil Rhabal, avvocato, scelse di fare l'operaio non qualificato.Gorki fece mille cose; come sguattero sul Volga conobbe il cuoco che gli fece conoscere i libri. Saint-Exupéry pensava che il suo vero mestiere fosse l'aviazione. Italo Svevo, per fare il grande industriale, smise di scrivere: gli bastava una riga per renderlo inetto al lavoro pratico per una settimana. E l'ingegner Gadda, per la revisione del Pasticciaccio, fu mantenuto dalla "gentile Rai".

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