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Giovanni Arcuri

Nasce a Roma, ha 54 anni. Nel 1978 decide di partire per l'America Latina destinazione Caracas in Venezuela. Sono anni tumultuosi e il giovane italiano, proveniente da una serena famiglia borghese, entra in contatto con giri di persone potenti e allo stesso tempo pericolose. Uomini d'affare, politici sono solo il primo capitolo di questa saga: l'incontro con i più potenti narcotrafficanti e produttori di coca del paese segneranno per sempre una svolta nelle sue scelte. Si trasferisce in Bolivia dopo essersi fidanzato con la figlia del più grosso produttore di cocaina diventando a sua volta parte della rete di spaccio internazionale attraverso diversi continenti. Un susseguirsi di spostamenti lungo tutte le latitudini a caccia di emozioni mai sopite: un rientro breve in Italia dura il tempo di accorgersi che una vita normale ormai non poteva più rientrare nei progetti personali. Un nuovo amore e la nascita di una figlia l'attraggono nuovamente in America Latina e questa volta il legame con i narcos colombiani diventa talmente solido da spingerlo ad organizzare una rete criminale a cui collabora persino un maresciallo dei Carabinieri in forze all'aeroporto di Fiumicino.
Nel 1997 l'ufficiale viene arrestato e il nome di Giovanni Arcuri non tarderà a filtrare nelle inchieste degli inquirenti: un mandato di cattura internazionale viene emesso dalle autorità italiane al quale seguirà un anno di detenzione in un carcere venezuelano nel quale violenza e soprusi sono gli unici ricordi indelebili di un'esperienza estrema.
Rifiuta la richiesta di estradizione avanzata dai giudici italiani e dopo un anno di carcere viene liberato: resta in Venezuela da latitante, dove si dedica a varie attività di natura commerciale. Nel 2001 si aggravano le condizioni di sua madre e nonostante un mandato di arresto pendente decide di tornare in Italia di nascosto per poterle stare vicino. Una “soffiata” di un amico alle autorità segnerà definitivamente la fine di questa saga di storie dal sapore cinematografico suggellando nel dramma di una condanna a ventiquattro anni l'amaro titolo di coda di un film iniziato forse per gioco, sicuramente per sbaglio.

QUALCHE DOMANDA A GIOVANNI ARCURI

Ti sei mai pentito di aver commesso i tuoi reati?

Sì! Sì, perché adesso che ho una figlia che sta crescendo senza di me posso dire che non vale la pena. Non mi sarei pentito, diciamo, all’inizio della mia vita quando avevo 22 anni, ed ero in un contesto dal quale nessuno si sarebbe tirato indietro. Perché era una cosa incredibile, trovarsi in questa situazione certo però dopo non avrei dovuto farlo. Perché con una figlia appena nata e i valori della famiglia dovrebbero venire prima di tutto. Posso dirti una cosa?

Certo
Se ti precludi la possibilità, di essere presente nello svolgimento della vita della famiglia a cui vuoi bene non credo abbia senso più niente. Né soldi, né  niente. Capisci?

Di cosa ti ha privato il carcere?

Mi ha privato di poter condividere delle sensazioni con le persone care. Di poter vivere la vita quotidiana, anche la semplicità di svegliarsi un giorno e andare a fare due passi sulla spiaggia. Di poter essere tranquillo, di andare a comprare il giornale, andare a prendere i pasticcini la domenica. Di questo mi ha privato. Qui ti è precluso tutto. Tu non sei presente nella vita dei tuoi cari e se loro vengono qua, magari ti raccontano quello che hanno fatto tu semplicemente non c’eri: tu non eri vicino quando hanno gioito per una cosa, quando hanno pianto, quando aveva bisogno di stringergli la mano, alla tua compagna, a tua figlia, a tua madre, che poteva stare male. Un insieme di cose, non è una cosa sola. È proprio l’assenza, l’assenza nel contesto della tua vita privata, al quale vuoi bene, perché hai dei sentimenti forti. Alla fine sono giunto  alla conclusione che quelli che contano sono gli affetti veri. E non gli amici falsi dovuti agli interessi, le donne bellissime di facili costumi che vengono con te perché gli prospetti una vita brillante. Non è quello che conta! Quello che conta è l’affetto delle persone che ti vogliono bene per quello che sei, non per quello che gli puoi dare.

C’è una persona, una parola, un episodio, una frase, un libro un qualche cosa che ha fatto scattare in te qualcosa facendoti iniziato a fare delle cose che prima non facevi?
Sì, la frase che mi ha colpito in tutti questi anni, è quella che viene fuori dal film “Le ali della libertà” che dice: “All’inizio lo odi, il carcere ovviamente, poi ti ci abitui, e alla fine non ne puoi fare a meno”. E questo è fortissimo, perché non è il mio caso, scopri che puoi essere un’altra persona. Nonostante la sofferenza inaudita della separazione dagli affetti e da tutto quanto e non essere libero di fare quello che vuoi, nel lecito ovviamente, ti rendi conto che tu puoi essere un uomo differente perché io, addirittura, qua dentro mi sto laureando, in Lettere. Chi c’avrebbe mai pensato! Ho riscontrato che la cultura ha un ruolo fondamentale nell’evoluzione della personalità. In positivo. Quindi mi sono reso conto che posso essere un’altra persona, non tanto nei valori, perché i valori di base ce l’ho sempre avuti, grazie alla mia famiglia. Puoi vivere una vita diversa, con delle soddisfazioni, indipendentemente da tutti gli impicci. Ecco, questo è il concetto.

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