di Marco Ravelli - il manifesto

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C’è una buona dose d’ironia, o di faccia tosta, nella scelta dei cosiddetti potenti della terra di tenere a Torino il loro «G7 del lavoro».

 Un appuntamento, potremmo dire, nel centro del cratere. Nella città che fu, un tempo, un punto alto, e densissimo, nella vicenda novecentesca del lavoro: capitale industriale e capitale operaia.

 Dove produzione di massa e conflitto di massa s’intrecciarono e alimentarono a vicenda, e che oggi porta tutti i segni della spoliazione, dello svuotamento di potere e di vita, nelle sue statistiche negative, di company town dismessa, nei vuoti industriali che disseminano le sue periferie, nella rarefazione delle aree ristrutturate povere di storia e di socialità.

 Non vedranno tutto questo i «Grandi» (o i loro vice in visita aziendale): siederanno nelle splendide sale della dimora sabauda di Venaria Reale, il luogo del loisir dei Grandi di ieri, della caccia e del corteggiamento ruffiano, simbolo di ogni Ancien Régime eternamente ritornante.

 Parleranno di Scienza, certo. Anche d’Industria (meglio: di affari). Visiteranno qualche punto d’eccellenza nella frazione di città-vetrina che gli sarà offerta, ma se avessero il coraggio di sconfinare dagli itinerari ufficiali, e gettare l’occhio sul paesaggio urbano «vero», anche solo sull’ex quartiere-dormitorio delle Vallette, a pochi passi dalla Reggia di Venaria, o sul fantasma di quella che fu la Grandi Motori, nel cuore della Barriera di Milano, oggi terra di nessuno, potrebbero specchiarsi direttamente nel vuoto che essi stessi, con le loro politiche dissennate, i loro dogmi fallimentari, i loro luoghi comuni frusti hanno prodotto nel corpo un tempo coeso del lavoro.

 Torino è il simbolo materiale di una sconfitta del lavoro che viene da lontano. Una sconfitta storica, visibile nei suoi numeri.

 Qui, ancora alla fine degli anni ’70, lavoravano 250.000 operai manifatturieri, in prevalenza metalmeccanici, con salari non opulenti ma decorosi, con solidi contratti di lavoro collettivo, nella stragrande maggioranza a tempo indeterminato, oppressi, certo, da un potere padronale avaro e duro ma tutelati da una rete di diritti conquistati con lunghe lotte.

 Nella sola Fiat erano occupati in 130.000 (tutti dipendenti diretti). Oggi non superano i 10.000, spesso in cassa integrazione. Per gli altri un lavoro sempre meno «regolato», quasi mai contrattualizzato né tutelato da diritti erosi in forza del motto «arrendersi o perire».

 Torino è il simbolo materiale di una sconfitta del lavoro che viene da lontano.

Negli ultimi anni le nuove assunzioni a tempo determinato rispetto a quelle a tempo indeterminato sono state nell’ordine delle otto su dieci. Ed è, grosso modo la stessa media registrabile a livello nazionale: nel secondo trimestre del 2017, ci dice l’Istat, «tre quarti delle nuove assunzioni» sono state a termine, dunque in senso proprio precarie.

 E l’Europa non è molto differente, neppure la tetragona Germania, dove i minijob sfiorano ormai dimensioni dell’ordine dei milioni (forse cinque, forse sette, a seconda dei criteri di calcolo), e riguardano donne e uomini, giovani in prevalenza ma non solo, che devono vivere con un salario massimo di 450 euro per 15 ore settimanali a un costo orario oscillante tra i 5 e i 7 euro.

 Chissà se i ministri del lavoro europeo hanno letto le statistiche del lavoro che Eurostat fornisce: apprenderebbero allora che le persone “in-work” ma “at risk of poverty”, nel loro continente di competenza – donne e uomini che sono a rischio di povertà nonostante abbiano un lavoro full time – si avvicina pericolosamente al 10% della popolazione. Sintomo di un abbassamento brutale del potere contrattuale del lavoro nei confronti di una controparte padronale in pieno delirio di onnipotenza.

 E chissà se quegli stessi ministri hanno dato una sbirciata alle statistiche sulla ripartizione del reddito tra salari e profitti (un indicatore che dovrebbe essere propedeutico a qualsiasi discussione sul destino del lavoro): apprenderebbero che in un quarto di secolo o giù di lì, nei paesi Ocse, quella ripartizione si è spostata a favore dei profitti e a danno dei salari di qualcosa come una decina di punti percentuali di Pil (l’equivalente di centinaia di miliardi di dollari all’anno), a significare che la bilancia sociale è precipitata da una sola parte. E ha eroso le basi di qualunque ragionevole patto.

 Di questo dovrebbe ragionare un «vertice sul lavoro»: di come riportare in equilibrio quella bilancia. Di come risarcire il lavoro di quanto gli è stato sottratto negli anni del delirio neo-liberista.

 Senza questa premessa etico-politica nessuna «innovazione» potrà rivelarsi socialmente positiva, anzi, rischierà di peggiorare il «bilancio sociale». Né ci sarà legittimità, quali che siano le conclusioni che usciranno dalla Reggia.

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