Nel Paese del buon cibo

Basta una cifra per dare il senso dell’import alimentare italiano: 42 miliardi di euro. Questo è il bilancio totale dei prodotti agroalimentari che il nostro Paese ogni anno fa arrivare dall’estero. Una cifra stabile da ormai quattro anni, nonostante il leggero calo dello 0,5% registrato nel 2016. Dalle carni al latte, passando per il frumento e il pesce: tutte materie prime che il nostro settore produttivo non riesce a garantire a un’industria alimentare che sulla lavorazione ha costruito il successo del «Made in Italy». 

Ma da dove vengono tutte queste materie prime? La Coldiretti traccia una cartina dell’importazione che va dalla Francia alla Polonia per la carne bovina refrigerata. Dalla Germania e dalla Slovenia arriva il latte. Quasi metà del grano duro fa un viaggio transatlantico dal Canada per giungere fino a noi. Oppure qualche migliaio di chilometri in meno se arriva dall’Ucraina. Insomma, Europa o meno non fa differenza. Come accade per il caffè grezzo, quello in chicchi: per garantirselo, in Brasile, le aziende italiane spendono 460 milioni di euro all’anno. E poi ci sono i 170 milioni di euro spesi per le mandorle statunitensi o i 67 milioni per i crostacei e i molluschi cinesi. Materie che costituiscono la base per alcuni dei maggiori marchi alimentari italiani. 

Nel dettaglio, la parte del leone la fanno le carni: il 70% delle proteine ovicaprine (pecore e capre) viene dall’estero mentre quelle bovine (manzo e vitello) si fermano al 40% . Va un po’ meglio per i salumi e la carne suina che, nonostante la tradizione di insaccati italiani, tocca quota 35%. Diverso il discorso per quanto riguarda il frumento. Se la pasta è composta per il 50% di grano duro proveniente dall’estero, il grano tenero destinato ai panifici si ferma al 30%. Così come latte, formaggi e yogurt. E che dire del pesce? Anche in questo caso il Mediterraneo che circonda la nostra Penisola non basta. Le aziende italiane spendono oltre quattro miliardi all’anno per pesce, crostacei e molluschi. L’unico settore in cui la produzione interna non sembra temere scarsità è quella degli ortaggi dove solo l’1% di zucchine, pomodori, carote e cipolle non cresce e matura sul suolo italiano. 

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