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Come dissequestrare la cultura dai sindacati

di Alssandro Giuli - Il Foglio

Meglio Franceschini che mai. E grazie perfino al premier Matteo Renzi, che non è il mio tipo ma rischia di diventarlo per via del decreto legge con cui ha promesso di liberare la cultura “in ostaggio ai sindacalisti”. I numi di Roma se la ridono, di fronte alla misera palude in cui giacciono, chiusi a intermittenza per sequestro sindacale, i monumenti antichi della Capitale e delle sue proiezioni storiche (da Pompei in giù). Ma da ieri, dopo un’assemblea blitz durata fino alle 11,30, davvero “la misura è colma” come ha finalmente scritto (su Twitter, ahilui, ma pazienza) il ministro dei Beni Culturali. “Non si è trattato di chiusure, ma solo di aperture ritardate. Siamo dispiaciuti per i disagi ma era impossibile vietare l’assemblea”, precisa la Soprintendenza. Povera, la Soprintendenza, costretta a balbettare intorno a una sguaiataggine a cielo aperto di cui l’Italia si vergogna, ricoperta com’è di biasimi e spazzatura (anche culturale). Gli scioperanti, lo ripeto ancora una volta, avranno pure le loro ragioni: problemi di organico sottodimensionato, adeguamenti contrattuali inevasi, moltiplicazioni dei centri decisionali improvvisati alle loro spalle. Epperò non è più questo il punto, non a Roma per lo meno. A monte, e quando dico monte intendo quello Capitolino che è assai più importante del piccolo dosso su cui sorge Palazzo Chigi, grava da troppi anni una totale insipienza nelle nomine e nei rapporto con le Soprintendenze romane che sono due: una del MIBAC e l’altra del Comune, entrambe eccepibili e spesso in contrasto tra loro. Ricordo con orrore la nomina alemanniana del medievista radiofonico Umberto Broccoli, quando era ancora possibile ingaggiare il fuoriclasse Andrea Carandini, e non mi stupisce che ancora oggi il Soprintendente emerito Adriano La Regina, uno che attribuisce la Lupa a capitolina i bronzisti medievali, e ho detto tutto, sfidi il senso del ridicolo invocando contro i sindacati l’aiuto di una “associazione di ex carabinieri volontari”. Prima di investire i turisti, le slavine partono sempre dalla cima delle istituzioni. Bene dunque Franceschini, che è uno scrittore Gallimard e benissimo Renzi che non è colto ma fa niente, sempre che questo non sia perfino un suo atout risolutivo. Tardi ma bene, il decreto per inserire i musei e i luoghi della cultura aperti al pubblico tra i servizi pubblici essenziali. Che tradotto significa: precettazione precettazione, precettazione. E tuttavia conosco il pollaio almeno quanto i miei polli, so che dietro l’angolo di una scelta divisiva e coraggiosa esiste l’illusione di scambiare i buoni lavoratori con le loro cattive rappresentanza. Disintermediare, nella foresta selvaggia dei Beni culturali, è un dovere non più rinviabile. Idem per le così dette spese improduttive. Ma è necessario anche prendere di petto la madre delle questioni: limitandoci alla sola archeologia, Renzi e Franceschini e, suo malgrado, il sindaco Marino, siedono su un tesoro ineguagliabile e capacissimo di autofinanziarsi se ben gestito e opportunamente dotato di risorse. Per non dire dei piccoli poli museali sconosciuti, ma così eccellenti che attraggono finanziamenti europei (uno di questi è a Ugento, ne scriverò presto) o di tante piccole Pompei pronte a rifiorire. E’ il momento di dirne, ad alta voce, e per una volta in coro con Renzi e Franceschini, prendendoli in parola.

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