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Aspettando la fase finale

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RAFFAELLA SILVESTRI

La mia esperienza a Masterpiece

Luce gialla, luce calda.

Il microfono che mi preme sulla coscia, le mani sudate, la tastiera che scivola. Telecamera fissa sul mio schermo.

Era un’estate tranquilla.

Era solo un’estate tranquilla, un’estate lunga come lo sono le estati, in Italia. Giorni di sole uguali a se stessi, tanto caldi che ti scordi com’era l’inverno. Ma “tranquillo” andava bene. Era quello che volevo: scrivevo una pagina, ne cancellavo tre, come faccio io di solito. Il calore del sole sul mare al mattino. Calma.

E poi è arrivato Masterpiece.

Un giorno d’autunno, Roma che scotta, io che faccio un provino.

Ci vorrebbe più energia, penso. Ci vorrebbe quella cosa che avevo un tempo: quel desiderio di approvazione, quella voglia di convincere. Da quanto tempo ho smesso di cercare l’approvazione degli altri? Da quanto tempo ho smesso di rispondere alle chiamate di mio padre?

Eppure, mi ritrovo davanti a tre giudici. I loro occhi che mi guardano mentre scrivo. Le ripetizioni, i cliché che mi sfuggono, tutto fuori controllo. Entropia.

Da quanto tempo non mi interessa più? Caos. Caos ora va bene.

Io voglio solo scrivere un altro romanzo. E voglio scriverlo così tanto, che mi sembra a volte che tutto dipenda da questo: che tutto dipenda da oggi.