Addio al Nobel

Arrestato e rilasciato, rilasciato e arrestato, non so se questo gioco finirà mai, né se ho fatto qualcosa di concreto per rammentare con cuore puro e coscienza pulita i defunti di Tienanmen. La cosa che vorrei è utilizzare resistenza e prigionia come forme di redenzione per rendere conto a me stesso delle mie convinzioni dei miei ideali, anche se questo provoca ferite profonde alla mia famiglia. La prigione per gli attivisti che lottano contro un sistema autoritario non dovrebbe essere motivo di vanto, ma un onore indispensabile. C’è poco da fare, se non resistere . E se la resistenza è una scelta, la prigionia è parte della scelta: inevitabile  vocazione dei traditori di un Stato totalitario, proprio come  il contadino deve recarsi nei campi o lo studente deve leggere libri. E se resistere è scegliere di scendere all’inferno, non ci si può poi lamentare dell’oscurità. Benché penso che vi sia un muro indistruttibile sopra di me, devo impegnare tutte le mie forze per abbatterlo e autoinfligermi la ferita alla testa dalla quale zampilla il sangue.

Nessuno mi ha costretto a volare come una farfalla intorno ad una fiamma, invece di girare al largo. Nella quotidianità è raro che mi preoccupi di chi mi vive a canto. Mi preoccupo di astrazioni sublimi, la giustizia, i diritti umani, la libertà. Sfrutto la mia famiglia per sentirmi al sicuro mentre contemplo col cuore in subbuglio gli errori quotidiani del mondo. Negli anni che sono rimasto in carcere mia moglie ha effettuato 38 viaggi al carcere di Dalian per farmi visita e in 18 di questi non è riuscita a tollerare di vedermi: ha lasciato alcune cose e si è precipitata a casa. Intrappolata in una gelida solitudine, incapace di avere vita privata; seguita, pedinata e spiata, ha atteso, lottato, con quella tenacia che fa incanutire i capelli in una sola notte. Io sono punito dalla dittatura con la prigionia e punisco la mia famiglia costruendo intorno ai loro cuori una prigione immateriale.

Rai.it

Siti Rai online: 847