L'assalto - Scatti di scena

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Note di sceneggiatura

La ‘ndrangheta, silenziosamente, negli ultimi vent’anni è andata alla conquista dell’Italia del Nord. È entrata nei suoi tessuti vitali, imprenditoriali ed economici. Ha fatto affari, costruito case, amministrato ospedali, corrotto uomini politici, e si è inserita, anno dopo anno, nelle pieghe dell’economia pulita.

Per chi conosce queste regioni, viene da chiedersi come sia potuto cominciare questo abbraccio mortale tra una delle imprenditorie più sane e dinamiche del paese e una criminalità organizzata che per cultura, radici, codici di linguaggio e di comportamento è quanto di più lontano si possa immaginare dalla mentalità del piccolo imprenditore del Nord.

In realtà il collante è semplice e banale: i soldi.

Per paradosso, proprio la lontananza culturale è stata un elemento di debolezza anziché di difesa. Di fronte a chi non aveva mai conosciuto minacce è bastato poco alla ‘ndrangheta per intimidire, terrorizzare, rendere complici. E la certezza che la criminalità organizzata fosse un fenomeno lontano dalla tradizione dei luoghi, ha fatto abbassare le difese alle istituzioni come ai cittadini, ha lasciato l’illusione che tutto si potesse usare e controllare. E così, anno dopo anno, le principali regioni del Nord sono diventate terra di conquista.

Il nostro film vuole raccontare una storia, come tante ne sono accadute. L’incontro tra un imprenditore della provincia di Milano e la ‘ndrangheta. E la trasformazione del loro rapporto. Vittima e carnefici all’inizio, con l’imprenditore taglieggiato e minacciato.

Vittime e carnefici, ma non per sempre. Perché la ‘ndrangheta è forte, ma chi ha un’impresa sa fare il proprio mestiere. E così il nostro protagonista lentamente prova a spostare l’asse del rapporto. A trasformare il ricatto e la vessazione in un’alleanza in grado di portare vantaggio a entrambi. Per poi scoprire che era un guadagno solo apparente, perché se un frutto è avvelenato, prima o poi chi lo assaggia si ritrova un amaro conto da pagare.

Intorno, la Lombardia. Le paure degli altri imprenditori, il ricatto di una congiuntura economica che rende tutti più fragili. E i figli. Perché il nostro film è anche un racconto sui padri e sui figli. Anzi, sulle figlie. Che ci guardano e ci ricordano che i valori ai quali li abbiamo educati devono valere tutti i giorni. Ed è un film sulla dignità ritrovata, perché se abbraccio c’è stato, tra l’economia sana di questo paese e quella criminale, ci sono anche vittime che hanno avuto il coraggio di dire basta e di ritrovare la via della legalità.

Perché è meglio fallire come imprenditori che come uomini.

Il nostro film, è dedicato a loro.

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