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Nostalgia della luce di Evgen Bavcar

  • Andato in onda:05/12/2017
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      «Anche chi non può vedere ha dentro quella che potremmo definire una necessità visiva. Una persona al buio in una stanza brama la luce e la cerca ad ogni costo. I ciechi agognano la luce così come un bambino su un treno desidera rivedere la luce del sole mentre attraversa un tunnel.»

      Evgen Bavcar

       

      Quando si parla di Terzo Occhio per la fotografia, mi viene immediatamente in mente Evgen Bavcar fotografo di origini slovene che perse totalmente la vista in età adolescenziale in seguito a due incidenti, prima ad un occhio, poi al secondo.

      Nonostante questo, Evgen decide comunque di diventare fotografo e si trasferisce a Parigi, dove studia e si laurea in filosofia cui segue un dottorato, sostenuto alla Sorbona, con una tesi sull’estetica di Adorno e Bloch. Bavcar parla cinque lingue correntemente: francese, italiano, tedesco, spagnolo e portoghese. 

      Negli anni novanta incontrai ed intervistai Evgen ad una sua mostra al Grenoble a Napoli (e qui riporto l’intervento nell’audio in calce), l’Istituto culturale francese di Napoli, il cui direttore di allora credeva molto nel suo lavoro e lo considerava un fotografo a tutti gli effetti. Molti no, molti non hanno capito cosa c’era dietro le immagini di Evgen, cosa si nasconde dietro al paradosso del fotografo cieco, una sfida all’ontologia stessa della fotografia. Non hanno capito che dietro alle immagini, bellissime  in bianco e nero di Bavcar, si celava un intellettuale raffinato che su questo suo lavoro ha costruito dei concetti estetici molto interessanti. Non che le immagini non esistano realmente, o che siano immagini prettamente concettuali, no. Bavcar le realizza e io l'ho visto in azione, accompagnandosi con una guida visiva familiare, che guarda per lui e che per molti anni è stata la sua nipotina, comunque un altro da sé che osserva, gli racconta ciò che vede ed Evgen gli dice come e cosa scattare. C’è poi sempre un lavoro interessante di sovrapposizioni che oggi si chiamerebbe postproduzioni, che Evgen ‘detta’ a chi crea o stampa, e che rappresentano gli ‘strati’ visivi della sua mente ‘cieca’, che lavora con l’immaginazione e con la nostalgia.

      Nostalgia della luce si intitolava infatti un libro della Motta Editrice, catalogo ad una mostra di Evgen Bavcar a Milano, sempre negli anni 90 e che me l’ha fatto conoscere. Poi ho più volte riparlato con Evgen al telefono, sono andata a trovarlo a Parigi e si è rafforzata in me l’idea che lui fosse un grande fotografo ed avesse pieno diritto ad affermare che quando si cerca di capire il suo ‘gioco’, il suo lavoro, bisogna porsi con apertura mentale, comprendere che la prima domanda da fargli non  deve essere 'come fotografi', ma 'perché fotografi? Quale è la necessità visiva e desistenziale che ti spinge, non vedente, a voler creare immagini?

      Evgen fotografa, ha fotografato (non so se fotografi ancora) per nostalgia della luce appunto, per riportare alla memoria quelle immagini, le tracce di luce, che ha raccolto sulla retina finche non è diventato cieco anche del secondo occhio.

      Evgen fotografa per ricordare la luce, per riportare a galla le immagini del suo passato svanite. E il suo paradosso del fotografo cieco, ci avverte, ci fa capire come una cartina tornasole, che la fotografia nasce prima di tutto dentro di noi e nessun apparecchio e nessun maestro può insegnare ad ‘avere occhio’, ad inquadrare, primo principio della fotografia, se non hai il Terzo occhio che ti aiuta.

      Questo segreto racchiudono e svelano le immagini di Evgen.

      Questo segreto, questa magia, è la fotografia arte del ‘disegnar econ la luce’.

      Chi vede realmente: noi o Evgen Bavcar? Si chiede Fernanda Ferraresso nel 2011 in un suo articolo, (Carte Sensibili, Il terzo Occhio di E. Bavcar) nel recensire Bavcar, e si risponde:

       

      Sicuramente Evgen Bavcar vede, profonda-mente vede nel buio, che non è sempre nero come noi crediamo, perché nel buio vediamo le immagini dell’anima. Nel buio vivono le nostre metafore, i nostri riflessi. Evgen Bavcar di solito realizza i suoi scatti di notte, aiutandosi con luci portatili che illuminano i soggetti che riprende. Si riprende ciò che la notte ingoia e per noi è buio denso, quasi a rimarcare una posizione di disagio nostra, di vedenti, che lui invece non ha. Problemi tecnici? Certo, ne ha e li risolve di volta in volta. Che la luce rivela e odi solo ciò che il suono annuncia, allora in verità non vedi e non senti. 

       

      Francesca Vitale



      Ascolta l'audio (Dentro L'Immagine, in Lampi di Radio 3, 1996) cliccando qui sotto:



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