Eric Clapton, addio ai concerti…forse


(today.it)
Eric Clapton si ritira: "Basta, andare in tour è diventato davvero insopportabile". Il mitico chitarrista americano annuncia l'ennesimo ritiro dalle scene ma stavolta sembra definitivo. "Sì, smetto di suonare", dice a Repubblica


(rollingstone.it)
Eric Clapton: “Mi ritiro, niente più tour, è finita l’epoca della chitarra”. In un'intervista è tornato a parlare di un addio alle scene. Sarà definitivo questa volta?
“Andare in tour è diventato insopportabile. Forse non sono io, è la chitarra ad aver dato tutto. Fine dell’epoca a sei corde”. A parlare è Eric ‘Slowhand’ Clapton in un’intervista rilasciata in occasione della presentazione di Life in 12 Bars, il documentario incentrato sulla carriera del mitico chitarrista presentato durante il Toronto Film Festival. “Sì, smetto di suonare. Mi restano altri quattro concerti, poi chiudo bottega. Quante volte avrò detto addio alle scene? La prima, se ricordo bene, a 17 anni”.


Time – Note dal Passato: Eric Clapton
"Non ho mai amato la musica per ragazzini. Se devo ascoltare qualcosa scelgo i dischi del passato".


"Da noi, come in tutte le famiglie inglesi degli anni Cinquanta, si ascoltava la radio durante il pranzo della domenica. Anche il sabato mattina, con mio zio Mack, ascoltavamo alcuni programmi di musica jazz e swing, Benny Goodman, Glenn Miller, Stan Kenton, Harry James, i fratelli Dorsey , Fats Waller, Louis Armstrong, Stan Kenton. In seguito ho cominciato a comprare dischi in qualche negozio che importava musica dagli Stati Uniti, il rock and roll di Elvis Presley, Chuck Berry, Little Richard, Bo Diddley. Dietro di loro c'erano i vari John Lee Hooker, Big Bill Broonzy, Robert Johnson, Son House, Charley Patton, una tradizione che affondava le sue radici nel Gospel, gli Spiritual, le Chain-gang, i canti degli schiavi. Il mio è stato un percorso a ritroso che ha smosso qualcosa di inspiegabile dentro di me. Mio zio Mack era un armonicista, un gran bevitore, molto eccentrico e si interessava a tutto: scienze, filosofia, letteratura. Mi ha insegnato ad ascoltare la musica, cosa cercare in essa e sentirla dentro. E’ stato fondamentale per la mia formazione”.


“A tredici anni mi sentivo con le spalle al muro e il blues era il miglior modo per sopravvivere con dignità, coraggio e orgoglio. Mi affascinava il fatto che un blues man era solo, libero da ogni compromesso, con la sua chitarra contro il mondo. Un individuo che non aveva altre alternative se non quella di cantare e suonare per alleviare le sue malinconie. Mi identificavo in quell'immagine fin da ragazzino. C'era qualcosa di magico e mistico che mi attraeva. Ascoltando Big Bill Broonzy ho capito come si era evoluta la musica”.


“Ho imparato a suonare la chitarra ascoltando Jimmy Reed, il boogie, tantissimo blues, Robert Johnson , grandi canzoni americane , il rock & roll, il jazz , Glenn Miller. All’epoca non avrei mai pensato che sarei diventato una rockstar”.


"Dopo aver suonato in alcune band ai tempi del liceo, sono entrato a far parte degli Yardbirds. Ho bellissimi ricordi di quegli anni. Proponevano brani di Muddy Waters, Howlin' Wolf, Billy Boy Arnold. All'inizio avevo paura di perdere la mia libertà facendo parte di una band, ma ho accettato ugualmente, sentivo che sarebbe stato divertente. Vivere fuori casa mi avrebbe permesso di crescere. Non ci sono limiti in quello che puoi fare quando sei libero dai vincoli familiari. Avevo 17 anni ed era troppo forte la tentazione".


"Per me era fondamentale mostrare di essere un musicista professionista, una vera ossessione. Mi sono provlamato paladino del blues nel mio Paese, sentivo che mi era stato affidato un compito. Non rivolgevo la parola a chi non aveva mai ascoltato Robert Johnson. Il taglio dei capelli alla Beatles, le divise da indossare, sponsor, il pop, isterie generali… mi sono sentito completamente fuori da queste cose che portavano successo e fama. Sentivo che c'era qualcosa che non andava in tutto questo. Ero convinto di essere la sola persona che sapeva cosa era giusto o sbagliato e che gli altri volevano solo usarmi per far soldi. Il mio comportamento era un misto di arroganza, rabbia e frustrazione. Sono scappato improvvisamente dagli Yardbidrs senza lasciare traccia. Sono tornato a casa, a Ripley, e dopo alcuni giorni mi sono trasferito in un appartamento a Oxford con un vecchio amico, Ben Palmer, anche lui musicista blues, che era fuggito dal music business e faceva il falegname. Mi ha insegnato un sacco di cose sulla vita, sulla musica, mi ha fatto leggere molti libri. Sono rimasto con lui un mese, ho conosciuto un sacco di gente interessante. Un giorno poi John Mayall mi ha chiamato per far parte della sua band e ho cominciato un nuovo capitolo".


“Avevo in programma un paio di concerti a Milano. Il mio manager si è presentato con uno schianto di donna. Era di Verona e si chiamava Lory Del Santo. Era potente, disinvolta e seducente. Tra noi c’è stata un'energia fortissima, di quelle che si scatenano quando si incontra una persona per la prima volta. La bella facciata della nostra relazione si sgretolata quando ci siamo trasferiti a Roma. Ho scoperto un suo album fotografico.  Era pieno di foto di lei con uomini famosi, campioni di calcio, attori, politici, musicisti e chiunque altro avesse mai raggiunto la notorietà. Ho notato che in ogni fotografia lei aveva la stessa identica posa, un abbozzo di sorriso che non era per niente un sorriso. Mi sono sentito come se qualcuno mi avesse tirato un calcio nello stomaco. Sono rimasto di gesso”.


“Sto pensando al ritiro. E’ facile salire sul palco. Se potessi farlo vicino a casa sarebbe fantastico. In Texas conosco gente che ha un proprio circuito di club, e questo li mantiene in forma. Il mio problema è viaggiare. Per rendere la cosa più facile devo spendere talmente tanto da non guadagnarci niente”.


“Negli anni ‘40 la radio era l’unico mezzo per sentire della buona musica. In famiglia ascoltavano Harry James, i fratelli Dorsey , Fats Waller, Louis Armstrong , Stan Kenton , e in generale la musica afroamericana. All’epoca non c’erano ancora i registratori. Il primo che ho avuto è stato un Grundig  a nastri, grande e di plastica. Lo usavo per riascoltare i miei artisti preferiti. Con le prime paghette settimanali ho cominciato a comprarmi dei dischi”.


“Sono stato catturato dal blues ascoltando Big Bill Broonzy. Con lui ho capito da dove veniva lo skiffle e come si era evoluta la musica. “Hey Hey” e “Key to Highway  sono state le prime canzoni che ho imparato a suonare con la chitarra. Poi nel mio repertorio sono entrati Jimmy Reed, il boogie, Robert Johnson , grandi canzoni americane , rock & roll, jazz , Glenn Miller e tanti altri. Amavo moltissimo lo skiffle di Lonnie Donegan, trovavo rivoluzionario Elvis, molto più di Buddy Holly. Non ho mai amato la musica per ragazzini , nemmeno adesso. Se devo ascoltare qualcosa scelgo dischi del passato”.


“Il blues è dentro di me. Ho cominciato ad amarlo ascoltando Robert Johnson, Muddy Waters, Howlin' Wolf, Sonny Terry & Brownie McGhee. Poi ho imparato a suonarlo, a viverlo dal vivo con Sonny Boy Williamson. Con John Mayall ho suonato vero blues. Invece con gli Yardbirds facevamo delle cover di blues in chiave pop, con lunghi assolo. Nei Cream ho potuto sperimentare nuove sonorità, come in “I'm So Glad” di Skip James dove la psichedelia sposa il jazz e l'improvvisazione. Jack Bruce e Ginger Baker avevano alle spalle delle esperienze nel mondo del jazz. Io cercavo di interagire con loro unendo alle 12 battute del blues lo spirito che animava artisti come Miles Davis, John Coltrane e Charlie Mingus”.


“Amo The Band, i Los Lobos, il soul blues di Robert Cray, la ruvida chitarra “southern rock” di Derek Trucks, il suono di Gary Clark Jr a metà strada tra Jimi Hendrix, blues e soul”.


augusto.sciarra@rai.it