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L'attentato a via dei Georgofili

Conso: nessuna intesa Stato-mafia

Il processo a Firenze sulla presunta trattativa tra autorità centrale e criminalità organizzata negli anni delle stragi. In aula, la deposizione del professore Giovanni Conso - ministro della Giustizia nel '93 - sul sospetto compromesso che rigurdava il regime di carcere duro

L'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso
FIRENZE -

"A me non risultano assolutamente che ci siano state delle intese, delle trattative tra Stato e mafia. L'idea che io possa essere sospettato anche lontanamente di una vicinanza mafiosa mi offende profondamente". Lo ha detto l'ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso, sentito come teste nell'aula bunker di Firenze nel corso del processo a carico del boss Francesco Tagliavia per le stragi mafiose del 1993.

Interrogato più volte sulle presunte trattative tra spezzoni dello Stato e Cosa nostra per ottenere la revoca del carcere duro, previsto dal 41 bis, a circa 1.100 detenuti mafiosi, Conso ha escluso "assolutamente" una simile ipotesi per quanto riguarda la sua azione al ministero della Giustizia. Conso ha affermato di aver agito all'epoca sempre di propria iniziativa e senza condizionamenti di altri. "A me non risulta niente di tutto ciò. Però non posso escludere - ha affermato Conso nel corso della sua deposizione - che una sera a cena tra due funzionari si sia discusso su cosa fare per gettare un ponte. Ma io a questo non ci credo".

Sia l'avvocato di parte civile Roberto D'Ippolito, che l'avvocato Luca Cianferoni, difensore di Tagliavia, hanno chiesto più volte a Conso se in qualche maniera abbiano pesato sulla sua attività ministeriale gli attentati mafiosi. Conso ha escluso una tale eventualità e ha osservato: "Qualcuno può anche averlo pensato, io no". Conso, interrogato dalle parti, ha ripercorso tutta la vicenda dell'applicazione dell'art. 41 bis ai detenuti mafiosi dal 12 febbraio 1993, giorno del suo giuramento al Quirinale come ministro della Giustizia nel governo Amato, fino al 9 maggio 1994, quando decadde il governo Ciampi, dove ricoprì lo stesso incarico di Guardasigilli.

Conso ha ricordato che la mattina del 12 febbraio 1993, mentre lui si recava al Quirinale per prestare giuramento, si tenne una riunione del Comitato nazionale per l'ordine pubblico e la sicurezza in cui fu affrontato il problema del carcere duro ai mafiosi. Conso, interrogato, ha precisato in quella sede "solo una minoranza di presenti lo voleva abolire. Come si poteva infatti sostenere che di fronte a quello che era accaduto non si facesse niente?".

Il 6 marzo 1993, è stato ricordato dalle parti, l'allora direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Nicolò Amato, consegnò al neo ministro della Giustizia un documento di 75 pagine in cui chiedeva l'abrogazione del regime di 41 bis per i circa 1.100 detenuti mafiosi sottoposti al carcere duro.

A tal proposito Conso ha ricordato, dopo aver rinnovato la sua stima nei confronti di Amato, come l'allora capo del Dap, che era da tempo un sostenitore dell'idea del "carcere come speranza".

Il 15 maggio 1993, il giorno dopo la strage di via Fauro, in cui finì nel mirino dei mafiosi Maurizio Costanzo, non furono rinnovati circa 140 decreti di 41 bis. A tale osservazione, Conso ha replicato: "La revoca non fu presa il giorno dopo la strage di via Fauro, ma era stata già decisa da alcuni giorni. Quindi non vi è nessun collegamento tra la strage e quella revoca".

Il 14 giugno 1993 il ministro della Giustizia nominò Adalberto Capriotti nuovo direttore del Dap e vice divenne Francesco Di Maggio. Agli avvocati che chiedevano chiarimenti sulla sostituzione, Conso ha risposto che avvenne perché si trattativa di scegliere una persona adatta per un incarico europeo e questa fu individuata in Nicolò Amato.

E' stato poi citato il parere con cui il 26 giugno 1993 Capriotto chiedeva a Conso di reiterare il 41 bis cosa che poi avvenne alla fine di luglio 1993. Il 5 novembre 1993 non furono però reiterati altri 140 decreti di carcere duro. Richiesto di una spiegazione, l'ex ministro ha osservato: "C'era una profonda differenza tra i detenuti reiterati e quelli non reiterati".

Riguardo alle ipotesi che già allora circolavano sulle presunte pressioni politico-mafiose per revocare il carcere duro, Conso ha tra l'altro detto: "Se avessi dovuto stare dietro a tutte le cose che venivano dette, avrei passato il mio tempo a fare solo il correttore delle frasi altrui". Alla domanda del presidente della Corte d'Assise, Nicola Pisano, se fosse mai fosse stato avvicinato da un qualche 'referente di Cosa nostra che minacciava nuove stragi per ammorbidire il regime carcerario del 41 bis, Conso ha replicato: "Niente di niente, nessuno mi ha detto mai niente né sono stato avvicinato"

Conso, nel corso della sua deposizione ha ripercorso, non sempre ricordando lucidamente tutti i passaggi, la
vicenda di "quell'anno nero, anzi nerissimo", in cui si trovò più volte a rinnovare "blocchi di centinaia" di decreti relativi al 41 bis. Tra l'altro ha ricordato come nell'estate del 1993 intervenne anche una sentenza della Corte Costituzionale che chiedeva di motivare ciascun decreto di 41 bis, evitando motivazioni standard per tutti i detenuti.

In un primo tempo, ereditando una gestione creata dal suo predecessore, il ministro Claudio Martelli, Conso mantenne la delega alla valutazione dei decreti di 41 bis al Dap. Successivamente Conso si assunse personalmente la delega della valutazione, pur continuando a chiedere pareri al direttore e al vicedirettore del Dap.

Conso ha precisato di non essere meravigliato quando ricevette da Amato la nota con cui gli suggeriva di revocare il carcere duro. "La cosa non mi stupì più di tanto, perché già conoscevo bene le idee di Amato, secondo il quale il carcere non doveva essere un'esperienza tremenda ma anche un luogo in cui far rinascere la speranza nel detenuto. Amato quindi sosteneva che il clima era tale da richiedere di non rinnovare il carcere duro. Ma io - ha continuato l'ex ministro - ero del parere che bisognava rinnovarli valutando caso per caso. Del resto, il blocco dei decreti del 41 bis fu diviso, se non ricordo male, in tre settori: i detenuti molto pericoli, quelli meno pericolosi e quelli destinati alle carceri nelle isole".

Giovanni Conso ha poi escluso che l'avvicendamento tra Amato e Capriotti alla direzione del Dap nella primavera del 1993 sia avvenuta per un contrasto di vedute sull'applicazione del 41 bis: "Ma no, discutevamo tra di noi e non c'erano contrasti".



Ultima Modifica: 17 febbraio 2011, 14:54