VITE E FATTI MEMORABILI (ALMENO PER ORA)

VITE E FATTI MEMORABILI (ALMENO PER ORA)

La morte di Fausto Coppi

di Guido Barlozzetti

 

I numeri del calendario ricordano Fausto Coppi che nasce nel 1919, cento anni fa, a Castellanìa e muore a Tortona il 2 gennaio del 1960. Non è retorico dire che Coppi è il ciclismo. L’hanno amato nel suo tempo, ha corso per vent'anni, dal '39 al '59, con imprese memorabili che l’hanno reso un modello assoluto, dentro la storia del ciclismo e al tempo stesso oltre, assurto a Campionissimo e dunque tale da alimentare un mito che il tempo non può consumare né scalfire.

In uno sport segnato dalla fatica più brutale, dal fango e dalla polvere delle strade, sottoposto all'inclemenza del tempo, dal caldo torrido al freddo polare, Coppi è diventato nell'immaginazione popolare l'Airone, che vuol dire la purezza dello stile, la grazia della leggerezza, l'armonia del movimento e del corpo, insomma la bellezza che lo sport può raggiungere quando appunto si sublima e si propone a esperienza estetica e, non vuole essere un gioco di parole, estatica, oltre la fisicità nella rarefazione dello spirito.

Tutto dentro la sua epoca, Coppi ne fuoriesce ed è innalzato a prototipo dell'eroe che s'impone alla fatica e alla tortura di quello strumento a due ruote che si chiama bicicletta. E' lo sforzo che non si mostra come tale, ma si cela nella perfezione del gesto atletico e nella dismisura di vittorie che alimentano l'epopea, scritta in tempi in cui il ciclismo può essere solo raccontato dalla stampa o alla radio da cantori come Mario Ferretti. Si correva la tappa Cuneo-Pinerolo del Giro del 1948 (vinta da Coppi, dopo aver superato cinque asperità alpine, con dodici minuti di vantaggio su Bartali) e il radiocronista della Rai si espresse in annuncio divenuto leggendario: "Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi".

Ha vinto tanto, ma forse meno di quello che avrebbe potuto, anche perché nel mezzo della sua carriera si è intromessa la guerra che l'ha fermato per tre anni. Ha trionfato in cinque Giri d'Italia e in due Tour de France - con doppiette straordinarie - e poi cinque Giri di Lombardia, tre Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix, una Freccia Vallone, un campionato del mondo e un record dell'ora (45 chilometri e 798 metri al velodromo Vigorelli di Milano nel 1942, che resisteranno fino al 1956). Ha lottato e ha trovato sulla sua strada grandi avversari a cominciare da Gino Bartali.

Nel 1940 entra nella Legnano diretta da Eberardo Pavesi, che ha proprio in Bartali il capitano, e vince subito il Giro. Da lì una rivalità aspra che vivrà anche di episodi cavallereschi - tutti ricordano le immagini della borraccia che si passano durante una salita al Tour de France del 1952 - ma anche di momenti sconcertanti come il reciproco annullamento al mondiale di Valkenburg nel 1948, con la costernazione e la rabbia di tanti tifosi (oltre che una squalifica).

E il destino vorrà che, dopo la Legnano e i dieci anni della Bianchi, l'ultima squadra in cui corre sia la San Pellegrino Sport diretta dal rivale. Osannato dai tifosi, Coppi entra anche nelle cronache, in un'Italia in cui la moralità dominante non perdona le trasgressioni, neanche (o forse ancor più) quando i protagonisti sono personaggi così popolari. Sposato con Bruna Ciampolini da cui ha avuto una figlia, Coppi conosce nel 1948 Giulia Occhini, moglie del medico Enrico Locatelli. Si accende una passione che diventa una relazione e li condurrà, nel 1954, a lasciare le rispettive famiglie e a convivere.

Lo scandalo esplode. Mentre Coppi si separa dalla moglie, lei - la Dama Bianca come la definì il cronista de L'Equipe Pierre Cheny per il montgomery bianco che aveva all'arrivo di Sankt Moritz del Giro d'Italia - viene denunciata dal marito per adulterio e incarcerata. Lo stesso papa Pio XII stigmatizza la condotta e si arriva a un processo per abbandono del tetto coniugale in cui lui è condannato a tre mesi e Giulia, incinta, a due. Si sposano in Messico e il figlio viene fatto nascere in Argentina in modo che Coppi possa dargli il suo nome, poiché il marito di lei si rifiuta di disconoscerlo.

La morte lo coglie al tramonto della lunga cavalcata, a quarant'anni. Un epilogo straziante che l'insipienza dei medici rende inesorabile. Coppi partecipa alla metà di dicembre del '59 a un circuito in Burkina Faso. Sono con lui Jacques Anquetil, Raphael Géminiani e Pierre Rivière. Rientra in Italia e viene colto da febbri fortissime. Nessuno riconosce i sintomi dalla malaria e in una progressione irreversibile muore il 2 gennaio del '60.

 

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