VITE E FATTI MEMORABILI (ALMENO PER ORA)

Primo piano del Leoncino di Venezia, in cui si vedono gli occhi imbrattati di vernice rossa

Il leoncino imbrattato di San Marco

Accanto alla basilica di San Marco c'è una piazzetta. Nella piazzetta c'è un leoncino, scolpito nella pietra di Verona. Sta lì dal 1722. Qualcuno ha pensato di dipingere gli occhi di rosso e di aggiungere una pennellata sul collo, quasi a dire di una feroce e sanguinosa decapitazione.

Coro unanime, vandali all'assalto, un'altra impresa dell'esercito degli incolti, rozzi, insensibili all'arte e al vivere civile. Incolti e anche sprovveduti, perché non si sono ricordati delle telecamere che tutto riprendono e che hanno immortalato il gesto permettendo di riconoscerli e di ritrovarli.

Quattro studenti, forse esagitati e ingagliarditi dall'alcol, non hanno trovato nulla di meglio per testimoniare del loro inclito passaggio che lasciare questa memoria sul leoncino. Tra i venti e i ventitre anni, e tre iscritti all'Accademia delle Belle Arti di Venezia, particolare che aggiunge un paradosso a questa storia, se appena si pensa allo spirito con cui si dovrebbe frequentare quell'istituto e alle preoccupazioni che proprio per questo si dovrebbero nutrire nei confronti del patrimonio dell'arte e dell'ambiente in generale. A cominciare dal Leone che di Venezia è il simbolo, legato indissolubilmente al protettore San Marco.

Coro di reprimende e un'avvisaglia di provvedimenti esemplari: chi annuncia l'espulsione dall'Accademia (il Rettore), chi chiede una punizione-gogna a base di lavori socialmente utili da eseguire in pubblico (il Sindaco di Venezia). I quattro si difendono, si fa per dire, dicendo di aver bevuto, come se ciò fosse una giustificazione e non un aggravante.

Siamo purtroppo abituati. Abbiamo appena lasciato alle spalle un'estate con turisti in ammollo nelle fontane, macchine parcheggiate sulle dune, gente che si tuffa nel Canal Grande, una signora che versa l'olio di una scatoletta di tonno nel mare azzurro della Sardegna e poi la nasconde sotto la sabbia… per non parlare delle orde di tifosi olandesi strafatti di birra che 'scianchettano' nella Barcaccia a Piazza di Spagna.

Sono casi diversi e sarebbe sbagliato generalizzare, però, un paio di considerazioni si possono fare. Intanto, la sproporzione quantitativa dei turisti rispetto alle dimensioni in cui vengono accolti. Quantità vuol dire fretta, disattenzione, invasione, abbassamento inevitabile della soglia del buon gusto e della misura, difficoltà dei controlli. Quantità vuol dire che nei vicoli dei borghi o nelle calli, tanto per restare a Venezia, non ci si entra più, fisicamente. Quantità vuol dire un'offerta che si commisura a tempi e attese mordi e fuggi: arrivo, guardo, mangio un panino, bevo una Coca dove capita, guardo una facciata, se ce la faccio, e riparto.

Si comincia, non a caso, a parlare di demarketing, di un marketing che non aggiunge, ma sottrae in nome della qualità, fondato su un tempo che consenta di convivere con una città che non snaturi il proprio tempo per inseguire quello della folla isterica dei visitatori.

E' un ragionamento da fare, ne va dell'economia, della qualità della vita e del futuro stesso della nostra società, a meno di non trasformarci in un supermarket, in un gigantesco parco a tema a cui mancano solo giostre e lunapark.

L'altra considerazione riguarda i giovani. Senza volere per questo indulgere a fasulli discorsi anagrafici, colpisce che degli studenti delle Belle Arti tanto per distrarsi non trovino altro di meglio da fare che prendersela con un leoncino di cui invece dovrebbero avere il massimo rispetto.

Lo hanno fatto, non saranno inceneriti per questo e non è certo il caso di trasformarli in capri espiatori, ma nemmeno si può far finta di niente e non prendere atto che la nostra scuola e le nostre famiglie – dopo anni e anni di lezioni – possano produrre anche queste esternazioni. Si tratta di un problema profondo di cultura, del modo in cui ci mettiamo in relazione con l'ambiente che ci circonda e con gli altri. Chissà che la prossima volta il leoncino non ruggisca e divori la mano degli iconoclasti.

 

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