VITE E FATTI MEMORABILI (ALMENO PER ORA)

Gigi Proietti sorridente con una camicia bianca e la giacca appoggiata sulla spalla

E’ morto Gigi Proietti

di Guido Barlozzetti

 

Si è chiuso nel giorno del suo compleanno il cammino di un grande attore. Luigi Proietti è morto a ottant’anni e adesso è giusto ricordarne un protagonismo che ha spaziato dal teatro al cinema alla televisione, grazie a una qualità di mattatore della scena, quale che fosse, e a una straordinaria capacità di entrare in sintonia con il pubblico.

Questo ci lascia, l’immediatezza di un rapporto, fatto di un gioco dello sguardo e di una virtù attoriale mai fine a se stessa e sempre attraversata da una nota d’ironia che lo metteva in condizione di tenere a distanza la banalità e la pesantezza delle cose. Un affabulatore impareggiabile, maestro della parola, modulata, spostata, rovesciata, spiazzata.. fino al culmine di una risata irresistibile, suggello di un distacco e di una libertà.

Fu lungo il suo apprendistato, a fare serate da cantante fra i night-club della Capitale, una facoltà di Giurisprudenza che arriva a sei esami dalla fine quando incontra per caso, come tutte le cose che diventano un impegno di vita, il Centro Teatro Ateneo e si ritrova alla scuola di Arnoldo Foà, Giulietta Masina e Giancarlo Sbragia.

Poi il corso di mimo con un maestro come Giancarlo Cobelli che lo scrittura per uno spettacolo fuori schema, nello spirito curioso che animava il teatro off anni Sessanta, e i primi passi nel cinema.

Il gruppo Sperimentale 101 diretto ancora da Cobelli, con Calenda e Camilleri, e ruoli che via via diventeranno più consistenti, Lo scatenato di Franco Indovina, La matriarca di Pasquale Festa Campanile, Una ragazza piuttosto complicata di Damiano Damiani, fino a Coso, trasgressivo e sregolato, che fa invaghire Tina Aumont ne L’urlo di Tinto Brass.

In televisione appare nello sceneggiato I grandi camaleonti di Edmo Fenoglio (1964) e Ugo Gregoretti lo ha scelto per la parte di Jingle nella compagnia godereccia e burlona de Il circolo Pickwick di Dickens, di cui ha anche composto e interpretato la ballata della sigla.

Da quel lungo apprendistato si sviluppa una carriera che trova un ulteriore trampolino nel 1970 quando viene chiamato a sostituire Domenico Modugno in Alleluiah brava gente di Garinei & Giovannini, “Una botta di fortuna. Lì capii che si poteva coniugare il teatro lucido con la qualità artistica: il cosiddetto teatro popolare”.

E’ così che dopo La cena delle beffe di Sem Benelli con Carmelo Bene, arriva la svolta con il regista Roberto Lerici con cui nel ’76 mette in scena A me gli occhi please, one-man-show a tutto campo, attore, cantante, ballerino, imitatore.. , teatri strapieni in tutta Italia, riproposto per tre volte, l’ultima nel 2000. Nel frattempo ancora cinema, commedia e non solo, Meo Patacca di Ciorciolini (1972) e La proprietà non è più un furto di Petri (1973), Casotto (1977) di Sergio Citti e Febbre da cavallo di Steno dove si impone con il personaggio di un indossatore spiantato detto Mandrake.

Insomma, un instancabile tuttofare che ogni volta lascia il segno, i personaggi nella radio di Gran Varietà, il Laboratorio di esercitazioni sceniche (dal 1978) per giovani attori, il doppiaggio (Stallone, Richard Burton Marlon Brando, Charlton Heston, Dustin Hoffman..), la sigla de L’amaro caso della baronessa di Carini, le tante apparizioni-show in televisione, la sit-com Villa Arzilla, la serie Un figlio a metà, il successo clamoroso de Il maresciallo Rocca, e poi L’avvocato Porta, il sequel di Febbre da cavallo e la partecipazione a tanti film dei fratelli Vanzina, l’idea del Globe Theatre a Villa Borghese con la Fondazione Silvano Toti, la serie Una pallottola nel cuore, da irresistibile cronista di nera.

Si è mosso su tanti fronti Gigi Proietti e in tutti ha portato l’energia coinvolgente della sua ironia, ancora una volta intrisa di una romanità che sfiora il cinismo senza mai sprofondarvi, semmai con una bonomia che gli ha consentito di entrare in sintonia con il pubblico più largo, di essere accolto come un amico che intrattiene e rallegra, quello che a tavola alla fine di un banchetto si mette a raccontare le barzellette o magari canta, e vi esprime tutto il paradosso di un modo di vedere le cose, la capacità di mettere in caricatura prosopopee e retoriche, di concludere con una battuta fulminante e irriverente che si fa beffe del peggio delle cose, come nella storiella del Cavaliere Nero che fa una strage dopo l’altra e si conclude con la raccomandazione che “Ar cavaliere nero non gli devi rompe..”, o nella parodia del cantante esistenzialista francese “Num me rompe er cà”.

Non si fraintenda, si dice di una pratica che appartiene alla quotidianità e a un genere “basso”, solo per sottolineare la capacità di Proietti di stabilire l’immediatezza di una complicità che fa cadere ogni barriera e coinvolge nel suo gioco, fatto di funambolismi lessicali, di cambi di ritmo, di virtuosismi linguistici che non sembrano accontentarsi mai e rilanciano continuamente, spiazzando e sorprendendo, fra ghigni, pause, sberleffi, insomma tutto il sottotesto/controcanto di una recitazione multistrato. E alla fine, la larghezza ecumenica e sarcastica al tempo stesso di una risata che sembra una benedizione a rovescio e tutto risolve nella superiorità irriverente di chi la sa lunga e smonta presunzioni e arroganze.

Uno di quegli attori che diventa popolare perché la gente sente che può fidarsi, perché vi ritrova un alter ego che ridendo irride al potere e alle vessazioni della vita, presa sempre sul versante che la trasforma in parodia di se stessa. E’ questa popolarità istintiva, che ne segna la carriera al di là e al di sopra delle interpretazioni, dei film e dei lavori teatrali, complice la televisione che consente di parlare a milioni di persone e chiede di semplificare la complessità in un linguaggio che raggiunga subito il bersaglio.

Proietti ha dimostrato di saperlo fare, forte di se stesso e del suo modo di essere. Non è un caso che questa felice consuetudine con il pubblico abbia toccato il punto più alto con Il maresciallo Rocca, una serie televisiva scritta dal duo Toscano/Marotta per la regia di Giorgio Capitani. Gli spettatori amano e s’identificano con un carabiniere che ha il senso gioviale e accogliente della vita, generoso e premuroso, che riversa nelle indagini come nella famiglia, i figli e la farmacista Stefania Sandrelli, tutti lì a cercare di capire se alla fine si sposeranno. Di sicuro si celebra un matrimonio significativo con l’Arma, Rocca diventa il testimonial di uno spirito di corpo e di una quotidiana dedizione.

Sono cinque stagioni, tra il 1996 e il 2005, che raggiungono vette di ascolti, fino a sedici milioni di spettatori, uno di quei casi in cui un personaggio esce dal piccolo schermo e entra nelle case degli Italiani, come è accaduto in seguito per Don Matteo o il commissario Montalbano.

Nato nell’energia vitale e trasgressiva degli anni Sessanta, Proietti ha attraversato più di mezzo secolo dello spettacolo italiano, con una carica effervescente e corrosiva che non gli ha impedito, via via, di diventare un compagno di strada del pubblico, un amico di cui ci si può fidare, a scatola chiusa, guardando i suoi occhi che ci guardano, presi in una performance che era un modo di guardare ai vizi, ai tic, al paradosso dei comportamenti e delle sicumere con cui la vita si presenta.

Lo ricordiamo, catturati dallo spettacolo di un attore che, fra pause, cambi di ritmo, acrobazie delle parole sulle parole, faceva cadere ogni barriera e l’ovvietà dei luoghi comuni con la forza potente e complice di uno sberleffo e di una risata.

 

Torna alla Homepage di Rai Easy Web