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Club - I cavalieri del nord ovest

  • Durata:01:39:00
  • Andato in onda:30/01/2014
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I CAVALIERI DEL NORD OVEST di John Ford – USA – 1949 – 103’ Con John Wayne, Joanne Dru, John Agar, Harry Carey Jr. Dopo la disfatta di Little Big Horn, per i soldati degli Stati Uniti e per qualsiasi uomo bianco attraversare i territori dell’ovest è davvero un’impresa a rischio. Il capitano Nathan Brittles (Wayne) viene incaricato dal suo comandante di scortare la moglie e la bella nipote Olivia Dandridge (Dru) alla più vicina stazione della diligenza per farle trasferire verso est, al sicuro da qualunque attacco dei pellerossa. La missione di Brittles però fallisce e il capitano è costretto a fare rientro al Forte dove lo attende una lettera di congedo per raggiunti limiti di età. Del ritorno di Olivia ne sono felici due giovani ufficiali che si contendono il suo amore, il tenente Flint Cohill (Agar) e il sottotenente Ross Pennell (Carey Jr.). Intanto all’orizzonte si profilano venti di guerra. La trama volutamente risicata ci offre l’occasione per parlare non soltanto del film, ma soprattutto del suo regista, dentro e fuori il set. Dei tre capitoli dedicati alla cavalleria, questo che è il secondo è anche il più bello e il preferito da John Ford, il quale lo riteneva superiore al precedente “Il massacro di Fort Apache” e al successivo “Rio Bravo”. Seppur in presenza di soldati, indiani e sanguinose battaglie, il film è un vero inno antimilitarista, oltre che una struggente analisi della vecchiaia, un momento della vita in cui, come diceva Ford, “ci sentiamo o ci fanno sentire inutili”. Molte le scene entrate nella leggenda come il monologo di Brittles, magistralmente interpretato dal quarantenne Wayne “invecchiato” di venti anni, inginocchiato sulla tomba della moglie (scena omaggiata da Clint Eastwood all’inizio di “Gli spietati”) o la consegna di un orologio da taschino allo stesso capitano, un regalo della truppa per l’imminente pensionamento. Ispiratosi alle opere di Frederic Remington, un pittore americano della seconda metà dell’Ottocento, Ford ottenne dal direttore della fotografia Winton Hoch un lavoro così straordinario (la Monument Valley ripresa in controluce) che consentì a quest’ultimo di vincere l’Oscar. Il titolo originale “She wore a yellow ribbon”, allude al nastro giallo con cui Olivia indica il suo status di moglie promessa, ma è anche il colore della striscia dei pantaloni dei soldati, l’unico ornamento che hanno in comune le divise unioniste con quelle confederate. Ma non è finita. “She wore a yellow ribbon” è anche una vecchia canzone e non era la prima volta che Ford traeva spunto da un classico musicale: basti pensare a “My darling Clementine”, diventata poi il titolo originale di “Sfida infernale”. Come molti registi, anche Ford amava lavorare con gli stessi attori, primo fra tutti Wayne. Ne “I cavalieri del Nord Ovest” oltre al Duca, anche Agar e Carey Jr., quest’ultimo figlio del grande Harry Carey, star del western dell’epoca del muto, lavorarono in altri film di Ford. A loro vanno aggiunti Ben Johnson, qui nella parte del sergente Tyree; Mildred Natwick in quelle della signora Abby Allshard; Victor McLaglen, padre di Andrew, bravo regista di western e action, è il manesco sergente Quincannon; George O’Brian è il maggiore Mac Allshard. Con circa 130 film e 4 Oscar, a tutt’oggi Ford rimane il regista americano più prestigioso, maestro di quello che André Bazin definì “il genere americano per eccellenza”, cioè il western. Per molti anni la critica italiana e internazionale, almeno la sua parte più ideologizzata, nutrì per Ford un forte ostracismo, ritenendolo poco meno di un “fascista yankee”; come ha ricordato Elio Petri, durante il suo periodo passato a “L’Unità”, di Ford era obbligatorio parlarne male. Questa avversione accompagnò Ford anche durante gli ultimi anni di vita, come ad esempio nel 1971 quando Jane Fonda, la famigerata “Hanoi Jane”, si mise a capo di un picchettaggio nel tentativo di impedire a quel “fascista guerrafondaio” di Richard Nixon, di consegnare a quell’altro “fascistoide” di Ford la Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile americana. Era la prima volta che quel premio andava a un regista e la cerimonia voleva essere un omaggio a un grande artista, autore di film memorabili, non di rado con protagonista il padre di Jane. Di Ford si ama ricordare la sua celebre frase pronunciata di fronte alla commissione McCarty “Mi chiamo John Ford, faccio western!”, ma forse per meglio comprendere il regista e soprattutto l’uomo, ci viene in aiuto Robert Parrish, un decano di Hollywood e più volte suo collaboratore. Dell’amato maestro, Parrish amava ripetere un suo monito “Fai il bene di nascosto. E arrossisci se scopri che lo hanno scoperto”. Scheda a cura di Umberto Berlenghini

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