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Club - Flic Story

  • Durata:01:40:00
  • Andato in onda:04/11/2014
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FLIC STORY di Jacques Deray – I/F – 1975 – 110’ Con ALAIN DELON, JEAN-LOUIS TRINTIGNANT, RENATO SALVATORI, CLAUDINE AUGER Parigi, 3 settembre 1947. La Sûreté Nationale è in subbuglio per l’evasione dal carcere di massima sicurezza di Émile Buisson (Trintignant), autore di molte rapine, alcune finite nel sangue. La caccia al criminale viene affidata a Roger Berniche (Delon), bravo poliziotto con un passato nella Maquis, la resistenza francese. Buisson è abile a far perdere le sue tracce dopo ogni colpo puntualmente andato a segno, ad aiutarlo nelle sue imprese ci sono pochi ma efficienti complici, primo fra tutti Mario Poncini (Salvatori), detto “Mario l’italiano”. Con la lunga scia di reati e soprattutto omicidi, Buisson diventa ben presto il pericolo pubblico numero 1 di Francia. Per Berniche la cattura del gangster assume i contorni di una vera e propria ossessione, tanto da coinvolgere nel suo lavoro anche la bella Catherine (Auger), sua dolce metà. Individuato in un ristorante di campagna, Berniche studia una trappola per catturare Buisson. Funzionerà? Tratto dalle memorie del vero Berniche, Deray si conferma uno dei maestri del polar francese (suo il grande successo “Borsalino” del 1970, seguito quattro anni dopo da “Borsalino & Co.”) e ottimo deve essere stato il rapporto fra il regista e l’ex poliziotto, visto che due anni dopo Deray tornerà dietro la macchina da presa per “La gang del parigino”, altro lungometraggio ispirato alle imprese di Berniche. Non c’è miglior film di “Flic story” per parlare del cinema di Deary, specie del suo amore verso il polar. Deray affida a un inedito Trintignant il ruolo di Buisson e l’attore lo interpreta in maniera straordinaria, con il suo volto pallido, slavato che evidenzia un gelido sguardo da causarci il classico brivido lungo la schiena; è possibile che Delon abbia desiderato avere lui quella parte, tanto che in una sequenza Berniche dice di voler essere Buisson. Berniche non è il classico poliziotto duro e implacabile, desideroso di avere le mani libere per agire come vuole, alla Callaghan insomma: al contrario egli rispetta le gerarchie, è ligio alle regole, comprese quelle che non condivide. Anche con il personaggio di Buisson siamo lontani dallo stereotipo del criminale romantico e magari anche simpatico: Buisson è un assassino che uccide a sangue freddo, talmente paranoico da eliminare amici ritenuti traditori; di fronte a un titolo di «L’Humanité» che annuncia lo sciopero dei minatori (qui il regista commette un errore dato che quello sciopero, ancora ricordato in Francia, risale all’ottobre del 1948, un anno dopo i fatti narrati), Buisson esprime la voglia di mettersi a capo della nazione per reprimere la protesta a modo suo. Belle le scene d’azione compresa l’ultima, quella della trappola al criminale che, a differenza delle altre, è così dilatata da sembrare interminabile. Perfetto il cast visto che, oltre ai citati, ci sono due storici specialisti del polar come André Pousse e Paul Crauchet, rispettivamente Jean-Baptiste Buisson, fratello di Émile, e Paul Robier detto “Paul la bombe”; spazio anche per i nostri Giampiero Albertini nei panni di Marcel Champigny e Adolfo Lastretti in quelli di Jannot. Immancabili le citazioni cinefile che Deray inserisce nel suo film a cominciare dal dialogo fra Berniche e sua moglie, con lei che vorrebbe portarlo al cinema a vedere “Il diavolo in corpo” di Claude Autant-Lara; o anche le due sequenze ravvicinate girate prima nella metropolitana, poi di fronte al covo di Buisson dove Berniche e i suoi uomini, inizialmente seminati da Jean-Baptiste alla fermata di Gambetta, si trovano a sorvegliare la gang intirizziti dal freddo, con l’unico conforto di qualche panino. Un po’ quello che era accaduto al detective Doyle in “Il braccio violento della legge” di quattro anni prima. UMBERTO BERLENGHINI

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