Radio3 Suite

Ricordo di Emilio Vedova

  • Andato in onda:27/10/2006
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Poche settimane fa se n'è andata l'amata moglie, Anna Maria, martedì, nel sonno, è morto a Venezia Emilio Vedova: era uno di quei non tanti artisti italiani che, negli anni Cinquanta, con la potenza del loro gesto, si inserirono di diritto nello scenario internazionale per restarvi vita natural durante. Con pieno merito: il suo segno, il suo gesto forte, espressionista, astratto, i suoi inserti rossi, l'uso di materiali come il legno, la carta, il vetro, il rifiuto di tante formalità, la tensione tra i bianchi e i neri ne hanno fatto un innovatore e un protagonista della dirompente stagione dell'informale. E sempre con una cifra molto personale, rigorosa e coerente. Come coerente è stata la sua vita. [....]Era un bell'uomo, con una gran barba che gli dava un'aria da filosofo al di fuori di ogni scuola. Era veneziano fino al midollo e ne era orgoglioso. Nato nella città lagunare il 9 agosto del 1919, tenne la sua prima mostra nel 43 a Milano, nel 46 con Ennio Morlotti elaborò il manifesto «Oltre Guernica» (la città spagnola bombardata dai nazisti) e fu tra i fondatori della Nuova Secessione artistica italiana-Fronte nuovo delle arti. Nel 55 fu a «Documenta», la rassegna di Kassel che stava lanciando le avanguardie post-belliche nell'universo artistico e dove tornò per altre tre volte. Nel 60 ottenne il Gran premio per la pittura alla Biennale e nel 97 la mostra veneziana, doverosamente, gli consegnò il premio alla carriera. Persona burbera e dolce, che a qualcuno sembrava brusca ma perché non amava i fronzoli e i salamelecchi, fu felice di quel riconoscimento. Non che ne avesse bisogno da un punto di vista di stima internazionale, né da un punto di vista economico, perché i suoi dipinti dalle superfici grezze, con escrescenze e incassi, valgono montagne di soldi. Ne fu felice anche perché lo festeggiava Venezia, città alla quale rimase sempre legato: soprattutto alle spinte radicali di artisti che sentiva affini. La sua pittura aveva ritmo, dissonanze, il ritmo e le dissonanze del tempo che la figurazione allora non potevano appagare. È in questo quadro che si inserisce un intervento del 60, quando preparò le scene e i costumi per una pagina di Luigi Nono, il compositore veneziano. E di nuovo nell'84 eseguì gli «interventi di luce» per la struttura lignea di Renzo Piano disegnata per il Prometeo, sempre di Nono. Vi collaborò anche Cacciari. Magari vi sembrerà un dettaglio, lo è, eppure è emblematico: rivela una fedeltà a strade condivise, a ideali per un mondo più equo, ad amicizie, al bisogno di non attardarsi sul già fatto, né sul «facile» consenso. Rivelano, questi episodi, una coerenza da parte di una persona acclamata nel mondo. E le sirene dell'arte, ricordiamocelo, hanno voci suadenti e quattrini, ci mettono poco a travolgere l'umanità, o la vita stessa, di un artista (pensate solo a Basquiat). Ma lui non si fece abbindolare: l'arte, per lui, era anche contestazione, coraggio, e ci ha sempre creduto. Fino all'ultimo. [Stefano Milano, L'Unità, 26 ottobre 2006] Emilio Vedova è stato ricordato ieri sera da Guido Zaccagnini che ha intervistato Massimo Cacciari e Angela Vettese.

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