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Club - Lo spione

  • Durata:01:43:00
  • Andato in onda:03/02/2013
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LO SPIONE di Jean-Pierre Melville – F/I – 1962 – 110’ Con JEAN-PAUL BELMONDO, SERGE REGGIANI, JEAN DESAILLY, MICHEL PICCOLI Non fa in tempo a uscire di prigione che Maurice Faugel (Reggiani) uccide di nuovo: a cadere sotto i colpi della sua colt è un ricettatore, colpevole di aver assassinato sua moglie. Fuggendo dal luogo del delitto Faugel ruba denaro e gioielli, frutto di una rapina organizzata da Nuttheccio (Piccoli), proprietario di un night club. Successivamente Faugel propone a Silien (Belmondo) un colpo da fare in una villa nella vicina Neully: per l’ambiente della mala Silien è ritenuto un informatore della polizia, ma Faugel non crede a queste dicerie, per lui Silien è un amico e basta. Il colpo però va male, ma dei due l’unico a essere arrestato dal commissario Clain (Desailly) è proprio Faugel. A questo punto i sospetti che Silien sia davvero una spia per Faugel diventano prove. O almeno così lui crede. Mesdames et Messieurs, c’est le noir! E quando si parla di noir francese, non si può prescindere dal suo indiscusso maestro Jean-Pierre Melville, qui al suo primo vero successo nel genere. Raccontare la trama di questo film è cosa a dir poco complicata, per farvi un’idea pensate alle scatole cinesi: è quindi consigliabile non distrarsi nemmeno un po’, pena perdere il filo di questa splendida e allo stesso tempo intricata matassa. Tratto da “Le doulos” (che è anche il titolo originale del film) che Pierre Lesou scrisse per la Série Noir edita da Gallimard, nella versione originale Melville si serve di alcuni cartelli iniziali per spiegare che “doulos” in gergo significa cappello, ma nel linguaggio usato da poliziotti e malavitosi sta a indicare l’informatore. Purtroppo nell’edizione italiana è rimasta solo la frase attribuita a Céline che recita “Bisogna scegliere: morire o mentire?”. Nel film quasi tutti mentono, quasi tutti muoiono. Da sempre amante e debitore del grande cinema made in USA degli anni Trenta e Quaranta, ne “Lo spione” Melville omaggia i suoi maestri d’oltreoceano regalando al suo film una scenografia americana, mettendo in scena cabine telefoniche inesistenti in Francia; stessa cosa per le finestre a “ghigliottina”, mentre per l’ufficio di Clain il regista ricostruisce fedelmente quello che aveva visto in “Le vie della città”, noir del 1931 diretto da Rouben Mamoulian. La psicologia dei personaggi è invece al 100% melvilliana. Aiuto regista è Volker Schlöndorff, futuro premio Oscar per “Il tamburo di latta”, qui alla sua seconda esperienza consecutiva con Melville dopo “Léon Morin prete”. Numerose le scene da ricordare, una su tutte lo straordinario piano sequenza della durata di una decina di minuti con Clain che propone una reciproca collaborazione a Silien, personaggio quest’ultimo, al momento dei provini, conteso fra Reggiani e Belmondo. Amante della settima arte fin da quando, all’età di sei anni, con una cinepresa a manovella riprendeva tutto quello che lo circondava, poi “bulimico” di cinema tanto da fargli dichiarare anni dopo che “quello dello spettatore è il mestiere più bello del mondo”, Jean-Pierre Grumbach diventa Melville durante la Resistenza all’occupante nazista quando scelse quel nome di battaglia in omaggio a Herman Melville, il suo scrittore preferito. Profondo cinéphile, Melville fu protagonista di due divertenti e pressoché identici episodi che lui stesso si divertiva a raccontare. Durante il servizio militare svolto a Fontainebleau nel 1939, in strada notò un uomo che di spalle gli ricordava Eric von Stroheim: convinto di fargli uno scherzo innocente, Melville avvicinò quell’uomo recitandogli un breve dialogo tratto da “La grande illusione”: quell’uomo era davvero von Stroheim, uno dei protagonisti del film diretto due anni prima da Jean Renoir. Una ventina d’anni dopo, in un corridoio di un hotel di Parigi, Melville vede un tizio con un loden identico a quello indossato da Don Ameche in “Il cielo può attendere” di Ernst Lubitsch: Melville si avvicina al tizio e lo saluta “Bonjour monsieur Henry Van Cleve”: inutile precisare che l’uomo era Ameche, cioè Van Cleve nel film di Lubitsch. Melville aveva appena 55 anni quando, nel 1973, ci ha lasciato improvvisamente in una calda serata d’agosto. In quel periodo stava scrivendo “Contre-enquéte”, un progetto da lui proposto a un suo amico produttore: quest’ultimo aveva chiesto al regista di cosa si sarebbe trattato. Per tutta risposta il produttore ricevette un biglietto “Sarà un Melville, ciò è sufficiente!”.

Umberto Berlenghini

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